Della sete e del perchè a Bologna si mangia malino

Posted in Mangio&Bevo on February 28th, 2007 by Andy Capp

Una delle cose più sbagliate che si possa fare quando si ha sete è entrare in un bar: si può adirittura correre il rischio di bere un bicchiere d’acqua !
In un bar si può andare per incontrare gli amici, per fare quattro chiacchere col barman, per coccolarsi un po dopo una giornata di lavoro, per festeggiare un successo professionale o amoroso, ma mai per sete.
In un certo senso in un bar, in un certo tipo di bar almeno, il bere è un accessorio di lusso, che deve essere discreto ed impeccabile.
Quando bevete un Martini, bevete un insieme di cose in realtà; o meglio vi gustate un insieme di cose, il cocktail in se, la perizia e lo charme del barman che lo prepara e l’ambiente in cui lo bevete.
La summa di queste cose fa si che la vostra esperienza sia o meno piacevole; e tutte le componente sono necessarie ed insostituibili.
Pensate che tristezza bere un Martini, anche ottimo, fatto da una macchina distributrice (è banale farla ed anzi fu fatta, ma deo gratia mori dopo pochissimo) anche nell’ambiente più piacevole del mondo.
Peggio ancora bere un pessimo Martini, pur preparato da un barman simpaticissimo ed in una bella atmosfera.
Per non parlare poi di bere fuori dal bar, prospettiva che nemmeno voglio considerare; personalmente non mi sognerei mai di prepararmi da solo un Martini, cosi come non penserei mai di tagliarmi i capelli da solo.
Se invece tutte le componenti sono ben amalgamante, allora tutto fila alla perfezione e quasi senza accorgervi del perchè starete bene e sarete soddisfatti di quel piccolo momento di piacere che vi siete concessi.
Sono partito dal bar, perchè è l’ambiente che meglio conosco, ma credo che le stesse considerazioni siano in gran parte valide anche per i ristoranti.
In un ristorante, tranne alcune occasioni come trasferte di lavoro, ferie della moglie, morte del frigorifero, ci si va non perchè si ha fame, ma per regalarsi qualcosa di speciale, per mangiare qualcosa di particolare.
Anche qui vale il discorso di cui sopra, la vostra soddisfazione sarà relazionabile ad una serie di elementi, tipicamente il servizio, la qualità della cena e l’ambiente (sono conscio di aver molto semplificato i fattori, possiamo mettere nel servizio anche il prezzo e nell’ambienta anche l’igene e cosi via, ma il concetto non cambia di molto in realtà).
Se tralasciamo qui il servizio e l’ambiente ci rimane la qualità del cibo; e qui torno al titolo: a Bologna si mangia malino.
Perchè ?
Perchè qui quel qualcosa di speciale, quel quid in più rispetto alla cena casalinga manca (ovviamente si sta facendo un discorso di media di ristoranti)
La cucina bolognese è un ottima cucina, apprezzata giustamente nel mondo (anche troppo, visto che continuano ad affibiarci il terribile “spaghetto alla bolognese” che nessuno qui hai mai visto) ma che nei ristoranti di Bologna viene riproposta fino alla noia.
Non voglio dire la famosa frase “se devo mangiare tagliatelle al ragù sto a casa mia”, sciocchezze da forum di apassionati di cucina, come già detto il ristorante non è solo quello chesi mangia e poi le azdore che tirano la sfoglia cominciano a scarseggiare a casa di chiunque.
Ma è possibile che tutte i ristoranti di Bologna abbiano lo stesso piatto menu, che si esaurisce grosso modo in tortellini in brodo e alla panna, tagliatelle al ragu e al prosciutto, bollito misto e fritto misto alla bolognese?
Possibile che in secoli di tortellini e tagliatelle nessuno ne abbia mai fatta una elaborazione? Non parlo di stupidagini come la corrente spagnola, fortunatamente esauritasi in un paio d’anni, o cose più di scena che di sostanza come la cucina molecolare, che dio ci scampi, ma a memoria d’uomo l’unico tortellino diverso dal solito era il “Tortellino artigianale in brodo grezzo e gelatina di lambrusco” proposta da Marco Fadiga a “La pernice e la Gallina”
Sembra paradossalmente che la ristorazione di Bologna sia prigioniera della sua stessa cucina, o che sia seduta su di essa.
Immota, perchè tanto la base è buona, chi non mangia con piacere un buon tortellino o un bel bollito?
Il risultato è che, sopratutto a livelli non di eccellenza, la sensazione è di mangiare in un unico enorme ristorante grande come la città, senza punti di forza e senza spunti interessanti.
Butto li un idea; e se ci tenessino la tradizione nelle materie prime più che nei piatti ed inizziassimo a fare qualcosa di nuovo?

Oro Giallo 2007

Posted in Mangio&Bevo on February 27th, 2007 by Andy Capp

Da giovedi a domenica a Bologna la terza edizione di Oro Giallo 2007, selezione internazionale di olii extravergine.

Riflessioncina personale: c’è da tempo molto interesse (giustamente) per l’olio di oliva.
In qualsiasi ristorante di un certo livello è possibile scegliere tra più oli, da abbinare a piatti diversi o solo da sperimentare.
Invece c’è una quasi totale indifferenza per l’aceto, certamente meno nobile, ma che comunque va sempre a condire il piatto.
Cosi tante volte un insalata è funestata da un acetino anonimo ed insapore :(

Lavoro orrendo

Posted in Real life in Bologna, Storie della Bolognina on February 27th, 2007 by Andy Capp

SImpatica iniziativa di repubblica: sulla scia del libro “I 100 lavori orrendi” chiede ai lettori di raccontare le proprie esperienze.
Siccome non ho voglia di scrivere a Repubblica vi racconto qui il mio lavoro orrendo…

Nel gennaio del 2001 avevo appena lasciato il mio incarico di team leader per l’assistenza informatica degli Uffici Giudiziari dell’Emilia Romagna per mettermi in proprio assieme ad un amico.
Un giorno mi chiama la moglie del mio socio per chiederci se avevamo una risorsa da impiegare presso una affiliata di una nota e defunta fabbricona informatica di Ivrea.
Non l’avevamo, ma siccome ero discretamente libero mi offrii per fare una settimana per darle il tempo di trovare un risorsa e non perdere la comessa.
Arrivo al primo giorno di lavoro, degnamente vestito come si confa di fronte a cotanto nome (per i miei biografi l’unica altra volta in cui mi sono messo in giacca e cravatta per lavoro è stata una docenza presso la Bocconi) ed inizio a lavore.
Il mio lavoro era rigeneratore di computer.
Ora voi penserete (ed anchio lo pensavo) ad un elegante incarico di tuning e upgrade di varie macchine.
Invece venni dotato di secchio, acqua saponata e spugna e via a lavare case e tastiere.
Me ne andai, bestemmiando cristo ed i santi, quando il mio responsabile venne da me e mi disse “Ma sa che lei ingegnere i computer li lava proprio benissimo?”

Basta poco che ce vò ?!

Posted in Real life in Bologna on February 26th, 2007 by Andy Capp

Non sono famoso per la mia eleganza, per vestirmi adotto un metodo semplice ed efficace: la mattina, dopo le abluzioni di rito, mi pongo pensoso di fronte allo stendino dei vestiti ed acchiappo quelli che ci sono.
Se a questo aggiungete una faccia un po cosi, l’occhio farlocco da compiuteraio stanco e la barba incolta, ottenete il mio look.
Da un lato è abbastanza comodo, i questuanti mi ignorano e chi è del mestiere mi riconosce subito come un collega, dall’altro presenta alcuni inconvenienti: le donne girano la testa dall’altra parte, i baristi si perplimono se ordino una roba diversa dal tavernello, gli sbi^H^H i ragazzi di Puluzzi mi guardano con aria truce.

Bene, venerdì invece dovendo presentarmi ad un colloquio di lavoro in via marconi per un posto “dirigenziale” mi vesto in maniera adeguata; scarpa classica nera luciderrima, pantalone con la piega, camicia grigia, giacca costosa, rasatura da concorso e capello impeccabile.
Il colloquio va bene (dai dai che attacco il portatile al chiodo ;-) ) e mi concedo una passeggiata per il centro, c’è il sole e ho voglia di vedere la piazza.
In via Ugo Bassi mi fermo da Gamberini ed ordino un Jacquard: miracolo!! Non solo il barman non mi guarda come se avessi tre braccia, ma un elegante signora attacca cortesemente discorso col sottoscritto e parliamo per 5 minuti del più e del meno, del blocco del traffico e di come sia calato l’aflusso di clienti nei negozi del centro (mi sono cautamente informato da amici elegantissimi e degni di credito, pare che nemmeno un intero completo di Armani ti salvi dalla banalità della gente NdR)
Pago saluto e sciabatto per Ugo Bassi verso la piazza, faccio brevemente le condoglianze alla Sala Borsa e per cinque minuti mi godo Piazza Maggiore piena di sole.
Davanti alla camionetta della Celere ad un vecchietto cade una penna, mi chino e la raccolgo.
Il signore mi ringrazia con un sorriso ed anche oibò il celerino mi sorride, anzi mi sorridono tutti con la faccia di quelli che pensano (scusate mi rendo conto dell’ossimoro ma non sapevo come rendere la cosa NdR) “mo ve che brava gente che c’è ancora in giro!”
Cazzo, ma basta davvero poco al mondo per passare per una persona per bene, qualsiasi cosa voglia dire…vorrei riflettere ancora un po su questo, ma le scarpe inglesi mi fan male ai piedi…così prendo un taxi e vado a casa.

Protected: For Future Eyes Only

Posted in le grandi domande della vita on February 26th, 2007 by Andy Capp

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Contro i luoghi comuni e le mode.

Posted in il resto del resto del carlino on February 25th, 2007 by Andy Capp

Andare contro i luoghi comuni e le mode è sempre scomodo e porta un sacco di antipatie, perchè in ultima analisi vuol dire andare contro la massa, che per sua natura è troppo pigra o troppo stupida per pensare con al sua testa, od anche semplicemente per avere un qualsisi atteggiamente critico nei confronti di quanto gli viene propinato.
Detto questo, mi ha fatto piacere leggere oggi sul Carlino la solita colonna di Marco Nanneti, che dice (finalmente) che i vini Triplo A non sono sto granchè e che è ora di spezzare l’equazione bio = qualità

Tredici giornalisti quasi perfetti

Posted in Una notte d'amore è un libro letto in meno on February 23rd, 2007 by Andy Capp

«Oggi un film che ritraesse fedelmente il lavoro della maggior parte dei cronisti li mostrerebbe seduti in permanenza davanti a un computer, in quello che assomiglierebbe a un call center.”

David Randall, Tredici giornalisti quasi perfetti - Laterza